Pubblicato da ac su Ottobre 18, 2008
Francis Turner
I COULD not run or play
In boyhood.
In manhood I could only sip the cup,
Not drink–For scarlet-fever left my heart diseased.
Yet I lie here
Soothed by a secret none but Mary knows:
There is a garden of acacia,
Catalpa trees, and arbors sweet with vines–
There on that afternoon in June
By Mary’s side–
Kissing her with my soul upon my lips
It suddenly took flight.
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Non potei correre o giocare
Da ragazzo.
Da uomo seppi solo sorseggiare,
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Pubblicato da ac su Ottobre 18, 2008
L’Uomo diventò nero
quando chiuse il suo cuore nel rancore
quando le sue labbra smisero di pronunciare parole d’amore
quando le sue mani dimenticarono d’abbracciare suo figlio.
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Pubblicato da ac su Ottobre 18, 2008
vedo dentro il verde, superficie all’infinito, sussurrante infinito, corpo dei sussurri, lingue, il verde è lingue e occhi, riflessi e mobilità, umidità, scintille di luce – in che modo ne sono separata, io non ne sono separata, io sono in un occhio, tutto è miraggi e sussurri, luce in uno specchio oscuro erra sempre più lontana dentro il bosco riflesso
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Pubblicato da ac su Ottobre 18, 2008
Quando comincia una storia? In genere dall’inizio. A volte, però, è la fine di una storia che ne fa cominciare un’altra. Così ci sono due categorie di storie, quelle che cominciano dall’inizio e quelle che cominciano dalla fine. Ci sono due categorie di donne, quelle che raccontano la loro storia e quelle che non la raccontano, poi ce n’è una terza, quelle che non la raccontano giusta.
Ma ci sono anche storie senza “storia” e donne che hanno poco o nulla da raccontare ma che, pur con la loro sbiadita vita, restano in qualche modo incastrate nei grovigli della memoria. La signorina Esterina apparteneva a questa categoria. Con i suoi abiti un filino demodé, con il suo francese maccheronico mutuato da lontane reminiscenze scolastiche, col suo cappellino a falda larga che avrebbe dovuto ricordare la Bergman di Casablanca e la lunga sciarpa di voile che rischiava di causarle la stessa fine di Isadora Duncan, due pomeriggi alla settimana, alle cinque in punto, saliva lo scalone di Palazzo Dell’Orso per dare lezioni di musica a Lucia. continua a leggere
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Pubblicato da ac su Ottobre 18, 2008
Parcheggiò la macchina.
Ogni sera il momento del ritorno a casa gli riempiva il cuore.
Amava il lavoro; ma quando, dopo aver voltato l’angolo della strada provinciale, intravedeva la sua villetta a due piani, provava un piccolo tuffo al cuore.
Sua moglie, le bambine, una casa, il loro cane Jack. Tutto quello che era una volta solo nei progetti, adesso era realtà.
D’estate, il cane riconosceva il motore della macchina e cominciava immediatamente ad abbaiare festoso per tutto il giardino.
Adesso era inverno e forse se ne stava rintanato nella cuccia.
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Pubblicato da ac su Ottobre 13, 2008
Quando comincia una storia? In genere dall’inizio. A volte, però, è la fine di una storia che ne fa cominciare un’altra. Così ci sono due categorie di storie, quelle che cominciano dall’inizio e quelle che cominciano dalla fine. Ci sono due categorie di donne, quelle che raccontano la loro storia e quelle che non la raccontano, poi ce n’è una terza, quelle che non la raccontano giusta. La signorina a colori – certo non le dispiacerà se il narratore non la chiamerà con altro nome che questo, perché da una fonte misteriosa ma attendibile, di quelle da cui solo i narratori sanno attingere, aveva saputo che tanto tempo fa un suo amico l’aveva definita proprio così: colorata.
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Pubblicato da ac su Ottobre 13, 2008
Charlotte e Jean Paul sono figli di una nobile (Julie De Soissons) e di un rivoluzionario (Philippe Delatouche), protagonisti di un romanzo intitolato “La rosa di Parigi”, (pubblicato a puntate sul blog: http://www.laureen.splinder.com). Julie e Philippe sono fuggiti insieme da Parigi nel 1793 e si sono rifugiati in Italia, nel Granducato di Toscana.
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Pubblicato da ac su Ottobre 13, 2008
Guardavi le stelle le toccavi nessuna moriva:
vivevi frontalmente.
Ora fra le dita tristi le parole
sono luci spente.
Le mie
volano ti sfiorano
le ascolti
me le riconsegni.
Forse sei stata
lontana dal mondo assorta
in un altro.
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Pubblicato da ac su Ottobre 13, 2008
Il signor Tonda era in piedi sulle ombre del parco e giocherellava con le dita con il bicchierino nel quale il distillato risplendeva come un anello d’ambra. Gli altri guardavano il tetto obliquo della serra da cui la luna lanciava riflessi come dalla gora di un mulino.
“Che altri pazienti avete ancora?”chiese l’assicuratore capo.
“Con il signor Kilius c’è ancora Golian, il virtuoso di violino”. Il custode schioccò la lingua…” La moglie gli scappò con un aiuto barbiere che, anche lui, suonava il violino, ma era soltanto un principiante…”
” Ma guardate un po’ che cosa fa impazzire la gente, alle volte” sospirò Tonda.
” Nel caso del signor Golian è stato il contrario! Per lui la causa non è stato il fatto che la moglie gli sia scappata, ne era felice, ma le ghiandole, quelle maledette ghiandole!- si lamentò il custode…” Il signor Golian si era fidanzato con una maestra di lavoro manuale e quella, con i suoi ideali, lo ha rovinato. Lei portava quel virtuoso di violino all’aria aperta, lungo la Moldava, e gli dipingeva il bel futuro che li aspettava, entrambi, tanto che il signor Golian ha preferito arretrare nel periodo terziario ed è diventato matto. Quella maestra di lavoro manuale, sotto l’impressione del tramonto, parlava con entusiasmo di come sarebbe stato bello un giorno quando tutti e due avrebbero avuto sessant’anni e le passioni si sarebbero smorzate e di come, d’estate, si sarebbero comprati trenta quintali di carbone per poi, d’inverno, accendere per bene il fuoco nella stufa e lei, la maestra di lavoro manuale, si sarebe infilata nel letto e gli avrebbe letto, ad alta voce, Jirasek…
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Pubblicato da ac su Ottobre 8, 2008
Conosco Frank Solitario da anni e, calcolando che lui ora ne ha trentuno, la cosa non sembra deporre a mio favore, ma conosco è un termine vago e non biblico e, usato per conoscenze fatte sul web, diventa molto soft e di dubbia verità. Mi ha sempre colpito, di Frank, la sua pungente ironia e il suo disincanto, il sospetto con cui guarda ed esplora la vita e i suoi simili, per quanto di ‘simili’ Frank non ne abbia. La sua scrittura ricalca in tutto la sua mente acuta e il suo essere sempre al limite, come se cercasse di andare oltre ciò che si può vedere, per arrivare all’invisibile, in quel punto dove gli esseri umani diventano ciò che non vorrebbero essere: sgradevoli, poveri, sfigati fino al limite di non ritorno, in vite che di umano non hanno più nulla se non il nome. ….continua a leggere
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