Se avessimo in italiano il superlativo assoluto di vanità, diremmo qualcosa come «vanitissima». Ma non l’abbiamo. Qohelet usa questo superlativo, un po’ come il nostro «il re dei re» dicendo «vanità delle vanità».E sotto questo titolo ci mette la vanità delle cose terrene, della sapienza, del piacere, della fatica, delle ricchezze, dei desideri. Insomma, gran parte di quanto occupa la vita dei mortali. La parola ebraica «hebel» che intende esprimere l’effimero o il soffio o il vapore è usata 35 volte nel libro biblico e rivela che quasi tutte le attenzioni, le premure e le attività di un’esistenza non lasciano traccia. Ce lo fa sapere Dio, quasi per pesare la nostra vita, che corre il rischio di scivolare inconsistente. Ci sarebbe da perdere la serenità.
«La vanità è così radicata nel cuore dell’uomo che un soldato, un manovale, un cuoco, un facchino si vanta e vuole avere i suoi ammiratori: anche i filosofi lo vogliono; e quelli che scrivono contro la gloria vogliono avere la gloria di aver scritto bene; e quelli che leggono vogliono avere la gloria di averli letti; e forse anch’io che scrivo queste cose ne ho voglia; e forse quelli che mi leggeranno…» (Pascal, «Pensieri», ed. Brunschvicg, n. 150). In qualche modo si trova la stessa severità nel Vangelo: «Ma io vi dico che di ogni parola infondata (altri traducono «inutile») gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio» (Mt. 12,36). Come la mettiamo con l’apparire, cuore del mercato nell’era dell’immagine?
Se tra la pubblicità televisiva ne comparisse una che dicesse ai telespettatori di spegnere la tv per 5 minuti e cercare la propria anima, posto che gli ascoltatori eseguissero, scoprirebbero che ad occhi chiusi si vedono più cose che ad occhi aperti. Si può provare senza attendere il profeta mediatico dell’interiorità.
da la stampa.it